Come guardo al lavoro

Nel lavoro mi interessa comprendere la persona a partire dal modo particolare in cui vive ciò che le accade: le emozioni, le relazioni, i significati che attribuisce alla propria esperienza e i modi, a volte abituali e poco visibili, con cui cerca di orientarsi nelle situazioni difficili.
Non penso alla terapia come a un luogo in cui applicare una soluzione già definita. La considero piuttosto uno spazio di incontro e di esplorazione, nel quale ciò che inizialmente può apparire confuso, bloccato o difficile da nominare può diventare progressivamente più riconoscibile.
Cerco di prestare  particolare attenzione a ciò che emerge nel presente della relazione terapeutica. La storia personale resta importante, non come qualcosa che determina inevitabilmente ciò che siamo, ma come qualcosa che può essere riletto alla luce dell’esperienza attuale e dei significati che continua ad assumere nelle nostre relazioni.
Nel percorso possono così diventare più visibili bisogni, modi di proteggersi, possibilità e parti di sé che fino a quel momento hanno trovato poco spazio.

Una direzione possibile

Ogni percorso ha una propria direzione e non può essere definito completamente in anticipo. Nel lavoro terapeutico possono diventare progressivamente più riconoscibili bisogni, modi abituali di stare nelle relazioni, forme di protezione e possibilità che fino a quel momento hanno trovato poco spazio.
Il cambiamento non significa necessariamente diventare diversi da ciò che siamo. Può significare riuscire a stare in modo nuovo dentro qualcosa che conosciamo già, ampliando le possibilità con cui ci muoviamo nelle situazioni, nelle relazioni e nel rapporto con noi stessi.

Perché Möbius

Il nastro di Möbius è una superficie particolare: possiede un solo lato e un solo bordo e, percorrendola, ciò che appariva interno diventa esterno senza che si incontri una vera separazione. Mi risuona come immagine di un movimento continuo, nel quale interno ed esterno, ritorno e cambiamento, non sono sempre così distinti come possono sembrare.
Anche nel percorso terapeutico può accadere di tornare su esperienze già conosciute e incontrarle da una prospettiva diversa. Non perché ciò che è stato scompaia, ma perché può cambiare il modo in cui lo attraversiamo e il significato che assume nel presente.
La ceramica richiama per me un’altra dimensione dello stesso processo: una forma che prende corpo nel tempo, attraverso passaggi, trasformazioni e possibilità che non sono del tutto prevedibili all’inizio.

Come si traduce negli incontri

Negli incontri l’attenzione è rivolta non solo a ciò che racconti, ma anche al modo in cui vivi le situazioni, alle emozioni, ai bisogni e alle modalità con cui entri in relazione con te stesso e con gli altri.
Il lavoro prende forma nel tempo, a partire da ciò che emerge e da ciò che può diventare progressivamente più chiaro, riconoscibile e possibile.