Scrolling # 2

Ancora uno

Quando smettere diventa più difficile che continuare

C’è un momento nello scrolling in cui ciò che stiamo guardando non è più particolarmente interessante. Un video non ci piace. Il successivo neppure. Scorriamo ancora. Potremmo chiudere l’applicazione. Invece compare un pensiero quasi impercettibile:

vediamo il prossimo.

Forse è proprio qui che lo scrolling diventa interessante.
Non continuiamo necessariamente perché ciò che vediamo ci soddisfa. A volte continuiamo perché potrebbe soddisfarci ciò che verrà dopo.

La promessa dello stimolo successivo

Ogni scroll contiene una piccola incertezza. Non sappiamo cosa apparirà. Potrebbe essere qualcosa di irrilevante, ma potrebbe anche esserci qualcosa che ci diverte, ci sorprende, ci emoziona o semplicemente riesce a catturare la nostra attenzione. Così il gesto non viene alimentato soltanto dal piacere di ciò che abbiamo trovato. Può essere alimentato dalla possibilità di trovare qualcosa.

Non: “Questo mi piace.”
Ma: “Forse il prossimo.”

A volte ciò che ci trattiene non è la soddisfazione, ma la promessa che la soddisfazione sia a un solo gesto di distanza.

Quando il gesto diventa automatico

Con il tempo può accadere qualcosa di ancora diverso. Prendiamo il telefono senza sapere bene perché. Apriamo sempre la stessa applicazione. Scorriamo.
Talvolta la chiudiamo e, pochi minuti dopo, la riapriamo quasi senza esserci accorti di averlo deciso. In questi momenti il comportamento sembra precedere l’intenzione.

Non significa necessariamente parlare di dipendenza in senso clinico.

Ma può indicare che un’azione inizialmente volontaria sta acquisendo una componente abituale e automatica.

Riempire qualcosa

C’è poi un’altra possibilità. Non sempre apriamo il telefono perché stiamo cercando piacere. Possiamo farlo perché stiamo aspettando. Perché siamo annoiati. Perché qualcosa ci inquieta. Perché per qualche minuto non sappiamo cosa fare.

Lo scrolling diventa allora una maniera estremamente efficace per modificare immediatamente l’esperienza:

compare un vuoto → compare uno stimolo.

E forse l’abitudine più profonda non è quella di cercare contenuti, ma quella di non lasciare vuoto lo spazio.

Cosa ci interroga nella clinica

Una domanda utile potrebbe non essere soltanto:  “Quanto tempo passi sul telefono?”
Ma:  “Quando ti accorgi di prenderlo?”
Che cosa stava accadendo immediatamente prima?

Noia?
Solitudine?
Attesa?
Ansia?
Un pensiero difficile?
Niente di particolare?

Comprendere ciò che precede il gesto può dirci molto più del numero di ore trascorse davanti allo schermo.

Una domanda aperta

Quando sentiamo il bisogno di riempire immediatamente ogni intervallo, da che cosa ci stiamo allontanando e che cosa non abbiamo il tempo di incontrare?

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