Abbiamo ancora tempo per aspettare?

A volte con mio figlio di quattordici anni mi capita di guardare qualche vecchio film. Succede che dopo un po’, prima di andarsene, mi dica: “È lento.”
Talvolta ci ritroviamo davanti alla televisione per vedere un film. Possiamo impiegare molto tempo soltanto per scegliere cosa guardare, passando da una piattaforma all’altra, scorrendo decine di titoli.  Più possibilità abbiamo, più la scelta sembra complicarsi. A un certo punto compare anche una certa frustrazione: niente sembra convincere abbastanza.

Quando ero ragazzo ricordo invece una rassegna televisiva che andava in onda in seconda serata, I bellissimi di Rete 4. Il film arrivava a un’ora precisa, in seconda serata. Prima c’era l’attesa, poi quel momento riconoscibile in cui compariva il leone della Metro-Goldwyn-Mayer e il film cominciava.
Ripensandoci, mi accorgo che anche quell’attesa faceva parte della visione.

Quando cambia il tempo dell’esperienza

Forse non si tratta semplicemente del fatto che oggi abbiamo più fretta. È cambiata anche la soglia temporale entro la quale ci aspettiamo che qualcosa accada.
Un film deve coinvolgerci rapidamente. Una pagina deve caricarsi subito. Una risposta deve arrivare. Se qualcosa non ci convince, sappiamo che quasi sempre esiste un’alternativa a portata di mano.
E qui compare un piccolo paradosso: avere più possibilità non significa necessariamente sentirsi più liberi. Davanti a centinaia di titoli possiamo passare molto tempo senza riuscire a sceglierne uno.
L’attesa, la noia, la frustrazione e perfino il limite rischiano così di diventare esperienze da evitare, più che passaggi attraverso cui qualcosa può prendere forma.

Avere più possibilità non significa necessariamente sentirsi più liberi.

Che cosa ci interroga nella clinica

Anche nel lavoro clinico può essere interessante chiedersi quanto queste trasformazioni entrino nel modo in cui viviamo il desiderio, l’attesa e la possibilità di scegliere.
Che cosa succede quando uno spazio vuoto deve essere immediatamente riempito? Quando una possibilità deve essere sostituita appena smette di interessarci? Quando scegliere diventa difficile proprio perché le alternative sembrano infinite?
La psicoterapia, da questo punto di vista, è un’esperienza piuttosto particolare. Richiede tempo. Non tutto diventa chiaro immediatamente. Alcuni significati emergono lentamente, alcune esperienze hanno bisogno di essere riprese e attraversate più volte. Anche una seduta che sembra non aver prodotto nulla di particolare può acquistare significato successivamente.
Forse una parte del lavoro terapeutico consiste anche nel poter restare abbastanza a lungo vicino a qualcosa perché abbia il tempo di mostrarsi.

Una domanda aperta

Se l’esperienza accelera continuamente, abbiamo ancora il tempo necessario per assimilare ciò che di nuovo ci accade?

Note sui commenti

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1 commento su “Abbiamo ancora tempo per aspettare?”

  1. Quanto è vero, Stefano… La scelta infinita e indefinita del film da vedere tra le varie piattaforme mi frustra, mi fa arrabbiare, mi annoia, mi paralizza e alla fine mi blocco e desisto. E ripenso ai bei tempi dei “Bellissimi su rete 4”. E così accade per tante altri esempi di quanto le nostre vite siano cambiate in pochi anni. Esempio: nel 2010 ero partita per l’Islanda senza sapere bene cosa avrei trovato, solo con la curiosità di vedere il posto che mia nonna mi raccontava essere stato il viaggio più bello mai fatto nella sua vita. E ho trovato la sorpresa e meraviglia! Oggi è diventato tutto così condiviso, instagrammabile, iper turistico, finto… Che ogni posto in cui si va diventa “già visto”, trito e ritrito, e anzi, vederlo poi dal vivo lascia una sensazione di delusione, perché dai reel degli youtuber pareva tutto più bello, autentico e patinato… Sono 3 viaggi che mi porto dietro questa sensazione, uffa!

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