Ci sono cose che ci accadono e che, quasi senza accorgercene, entrano nella nostra storia.
Altre invece sembrano rimanere lì. Possiamo ricordarle, raccontarle molte volte, sapere perfettamente che cosa è successo e, nonostante questo, continuare a sentirle in qualche modo estranee, irrisolte o ancora presenti.
Forse perché non tutto ciò che viviamo diventa automaticamente parte di noi.
Un’esperienza può essere accaduta senza essere stata ancora pienamente attraversata e trasformata in qualcosa che possiamo riconoscere come nostro.
Nella prospettiva gestaltica possiamo pensare a questo processo attraverso il concetto di assimilazione dell’esperienza.
Assimilare non significa incorporare qualcosa lasciandolo esattamente com’è. Significa incontrarlo, distinguerne ciò che può essere accolto da ciò che può essere lasciato, trasformarlo e farlo diventare progressivamente parte di noi.
L’immagine richiama ciò che accade con il nutrimento: ciò che introduciamo nell’organismo deve essere trasformato perché possa diventare utilizzabile e contribuire a ciò che siamo.
Anche un’esperienza ha bisogno, in qualche modo, di essere “digerita”.
Una relazione, una perdita, una scelta, un cambiamento o anche un episodio apparentemente piccolo possono aver bisogno di tempo perché ciò che abbiamo vissuto trovi una forma che possiamo sentire, riconoscere e collocare nella nostra storia.
Assimilare un’esperienza significa farla diventare parte di sé, riconoscerla come qualcosa che ci appartiene e che ci ha reso diversi da ciò che eravamo prima.
Non significa semplicemente conservarne il ricordo. Significa che ciò che è accaduto ha trovato una forma dentro di noi, è entrato nella nostra storia e ha contribuito, in qualche modo, a trasformarci.
Quando un’esperienza resta a metà strada
Non sempre ciò che viviamo riesce a essere attraversato e assimilato. Alcune esperienze possono essere troppo intense, troppo precoci o semplicemente difficili da comprendere nel momento in cui accadono.
Eppure non scompaiono. Lasciano una traccia.
Per descrivere questa condizione alcuni autori parlano di proto-esperienza, proto-affetto o proto-feeling, richiamandosi al concetto di proto-Sé elaborato da Antonio Damasio.
Il prefisso proto- indica qualcosa che è già presente, ma che non ha ancora assunto una forma pienamente riconoscibile e integrata nell’esperienza di sé.
È qualcosa che abbiamo vissuto e che appartiene alla nostra storia, ma che non è ancora diventato pienamente “me”.
Il ruolo del supporto
La possibilità di attraversare e assimilare un’esperienza dipende anche dal supporto disponibile nel momento in cui quella esperienza viene vissuta.
Il supporto può essere corporeo, relazionale, familiare, terapeutico, sociale o culturale. Può consistere nella presenza di qualcuno, nella possibilità di dare un nome a ciò che accade, nella sicurezza del contesto o nelle risorse che una persona riesce a trovare dentro e intorno a sé.
Quando il supporto è insufficiente rispetto a ciò che stiamo vivendo, può diventare più difficile attraversare pienamente l’esperienza. Qualcosa può allora restare presente senza riuscire ancora a essere assimilato come parte di sé.
Portare su di sé
La parola sofferenza richiama il latino sufferre: portare, sostenere, sopportare.
Questa immagine può aiutarci a pensare ad alcune forme di sofferenza come al peso di qualcosa che abbiamo vissuto ma che non siamo ancora riusciti ad attraversare e assimilare pienamente.
È qualcosa che ci appartiene perché fa parte della nostra storia, ma che allo stesso tempo può essere sentito come estraneo, difficile da riconoscere come parte di sé. Qualcosa che è mio e non mio nello stesso tempo.
In questa prospettiva, soffrire non coincide semplicemente con provare dolore. Può significare anche continuare a portare su di sé un’esperienza che non ha ancora trovato una forma sufficientemente integrata nella propria storia.
Nella pratica clinica
La psicoterapia può offrire uno spazio in cui tornare vicino a ciò che è stato vissuto, senza avere necessariamente bisogno di comprenderlo subito.
Raccontare nuovamente un episodio, riconoscere un’emozione che allora non aveva trovato posto, accorgersi di una sensazione corporea, dare un nome a un bisogno o incontrare nella relazione qualcosa che prima non era stato possibile vivere possono modificare progressivamente il rapporto con quell’esperienza.
Non si tratta di cambiare ciò che è accaduto.
Può cambiare, però, il modo in cui ciò che è accaduto vive dentro di noi.
E forse è proprio attraverso questi passaggi che qualcosa che prima sembrava soltanto pesare può, poco alla volta, diventare parte della propria storia.
Una domanda aperta
Che cosa permette a ciò che abbiamo vissuto di trasformarsi da qualcosa che portiamo su di noi a qualcosa che possiamo riconoscere come parte di noi?
Fonte e rielaborazione
Questo testo prende spunto da un contributo video dedicato alla psicoterapia della Gestalt. I contenuti sono stati rielaborati e semplificati per questa pagina.
Titolo del video: Psicopatologia fenomenologico-gestaltica e sofferenza non assimilata
Autore / canale: Gianni Francesetti – PSYCHIATRY ON LINE ITALIA