Il rosso delle persiane e l’azzurro del cielo.

L’incontro

Mentre cammino con il passo lento del turista lungo il corso pedonale del borgo vecchio, alzo lo sguardo verso il cielo e mi sento toccare dentro.

È come una vibrazione diffusa nella pancia, difficile da collocare in un punto preciso. Per qualche istante non so bene che cosa mi abbia colpito. Mi accorgo soltanto che il mio sguardo resta lì.

Poi riconosco l’azzurro. È il cielo ad attirare i miei occhi, prima ancora che io riesca a capire perché. Solo in un secondo momento il rosso delle persiane comincia a emergere con più forza, quasi come se il contrasto tra quei due colori desse forma a qualcosa che prima avevo soltanto sentito.

Quello che mi resta

Quello che rimane della scena, non è tanto il ricordo di un luogo preciso, ma il rapporto tra i due colori.

Il rosso delle persiane e l’azzurro del cielo sembrano sostenersi a vicenda. L’uno rende l’altro più presente. Forse è proprio questo che continua a tornarmi in mente: il fatto che qualcosa acquisti forza non quando è isolato, ma quando entra in relazione con ciò che gli sta accanto.

È bastato poco affinché l’immagine diventasse significativa. Nessun evento particolare, nessuna scena straordinaria. Solo un incontro inatteso tra colore, luce e sguardo.

Forse alcune immagini ci rimangono appiccicate addosso senza che siamo noi a sceglierle. Sembra quasi che al contrario siano loro a scegliere noi e, nel momento in cui lo fanno, hanno già lasciato una traccia.

Dall’immagine all’esperienza

Alcune  esperienze arrivano così: prima ci toccano, poi proviamo a comprenderle.

Un colore, un volto, una voce, una frase, un gesto possono raggiungerci prima che riusciamo a dire perché. Per qualche istante c’è soltanto una leggera risonanza, qualcosa che si muove nel corpo o trattiene l’attenzione.

Solo dopo iniziamo a costruire un significato se la nostra intenzionalità è sufficientemente determinata a farlo.

Forse una parte importante dell’esperienza nasce proprio in questo intervallo: tra ciò che ci accade e le parole che, successivamente, proviamo a usare per raccontarlo.

Non tutto ciò che ci tocca ha bisogno di essere compreso immediatamente. A volte può essere utile restare un po’ vicino a quella traccia, lasciarle tempo, osservare dove conduce. 

E forse è anche così che qualcosa di apparentemente semplice — il rosso di una persiana contro l’azzurro del cielo — può diventare qualcosa che continua a lavorare dentro di noi.

Nella clinica

Nel lavoro terapeutico accade spesso di incontrare qualcosa prima di comprenderlo.

Una parola, un silenzio, un cambiamento nel tono della voce, un gesto o una sensazione corporea possono attirare l’attenzione senza che sia immediatamente chiaro perché. A volte ciò che emerge nell’incontro viene prima percepito e soltanto successivamente può trovare parole e significato.

Forse una parte del lavoro consiste proprio nel non affrettare questo passaggio: poter restare per un po’ vicino a ciò che si sente, senza avere subito bisogno di definirlo o ricondurlo a una spiegazione già conosciuta.

Come davanti a un’immagine che ci trattiene, anche nell’incontro con una persona può essere importante lasciare che qualcosa prenda forma prima di cercare di comprenderlo.

Domanda aperta

Quanto spazio siamo capaci di lasciare all’attesa, affinché ciò che sentiamo importante possa trovare le parole per essere detto?